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Adoro le Befane di tutte le età

Auguri sinceri ed affettuosi a tutte le Befane del monto!!!

A trazione anteriore!

Coast to coast

Estate a trazione anteriore!

Come vedete ho caricato in macchina giusto l’indispensabile, e parto tranquillo.

Sicuro di non aver dimenticato assolutamente nulla di ciò che più mi sta a cuore.

Buone vacanze a tutti.

Vacanze verdi

Buone vacanze ecologiste!

Buone vacanze ecologiste!

Parto. Mi preparo ad affrontare con coraggio e stoicismo le fatiche di una vacanza che come sempre sarà molto più dura del pur duro lavoro che mi accompagna durante tutto l’anno.

Tuttavia lo farò con la gioia che mi da la consapevolezza che finalmente potrò godere della tanto agognata full immersion in quella natura che amo tanto.

Infatti sono sempre stato un verde convinto.

E chi può darmi torto?

Su la gonna! – Parte seconda – La colazione

Colazione all'Italiana

Colazione all'Italiana

                                                                                                                                                                     

Il mio noto edonismo Epicureo mi ha sempre spinto verso una disinvolta ricerca del piacere a mala pena moderata da una naturale tendenza ad unire l’utile al dilettevole.
Ho sempre amato il lavoro, ed in particolare il mio, non soltanto per i beni materiali ed i piaceri terreni di cui esso mi consente di godere, ma anche per le soddisfazioni che mi procurano i risultati positivi che molto spesso conseguo.

E’ del tutto naturale, quindi, che questo amore sviscerato per la biblica fatica che il lavorare comporta mi abbia spinto ad unire l’utile al dilettevole ogni volta che questa unione non compromettesse né i godimenti della professione né i piaceri della carne.

E la mia voglia di metterle nude tutte e due quelle ragazze avrebbe certamente compromesso entrambe queste voluttuose ebbrezze se avessi deciso di appagarla nel mio pur confortevole Ufficio.

Fu per questo che proposi alle mie allettanti collaboratrici di dedicare le primissime ore di un giorno alla settimana ad una colazione all’Italiana da consumare assieme nel mio miniappartamento.

Da lì ci saremmo poi recati tutti al nostro Ufficio distante appena un paio di isolati.

Accettarono il mio invito con una meraviglia mista a curiosità e compiacimento benché fosse sin troppo evidente che avevo in mente di lasciare esplodere voglie e desideri che sarebbero andati ben oltre quelli che ormai erano diventati i nostri godibilissimi giochi quotidiani. O forse proprio a questa più che prevedibile possibilità era dovuto il compiacimento.

La Cafeteria a cui spesso mi rivolgevo per ordinare a domicilio la colazione, ed a volte anche delle gustosissime e sofisticate cene fredde, aveva la consuetudine di servirle elegantemente presentate su sontuosi vassoi che alla squisitezza dei gusti univano quella di una raffinata e coreografica esibizione di forme e colori.

Spiegai loro che avevo deciso che avremmo consumato le nostre colazioni, ed i nostri piaceri, il Venerdì mattina di modo che il loro gusto ci avrebbe accompagnato lungo tutto il weekend.

Lasciammo trascorrere tutta quella settimana tra la pesantezza del lavoro e la leggerezza dei giochi infarcendo le lunghe ore di maliziose allusioni a quella che sarebbe rimasta per anni la nostra colazione.

Quando finalmente scoccarono le 7,30 di quella fatidica mattina bussarono puntualissime alla mia porta rosse in viso. Un po’ per l’imbarazzo ed un po’ per le temperature rigide caratteristiche degli Inverni in quella parte del mondo.

Le accolsi vestendo il kimono di tela grezza che solitamente indosso per rilassarmi in casa, le baciai entrambe e le aiutai immediatamente a liberarsi dei pesanti ed ingombranti cappotti che le ricoprivano praticamente dalla testa ai piedi.

Sotto, come d’abitudine, avevano vestiti semplici ma eleganti, colorati e fruscianti di stoffe leggere.

Quando le accompagnai al tavolo su cui facevano bella mostra di sé i tre fastosi vassoi sgranarono gli occhi ed atteggiarono le labbra in un gesto di infantile meraviglia che mi colpì per la naturalezza e la grazia tutta femminile che emanava.

Porsi loro le rose che guarnivano di colori e profumi quelle succulente vivande mattutine e mi sistemai al centro della panchetta semicircolare che si accompagnava al tavolo tondo del mio soggiorno-salotto in modo che potessero sedersi l’una alla mia destra e l’altra alla mia sinistra.

Bastarono pochi minuti perché ci sentissimo completamente a nostro agio. Farcivamo i croissant l’uno per l’altro scambiandoceli allegramente, spesso mordicchiandoli assieme fino a quando le nostre bocche non si toccavano.

Uno di noi spalmava di morbido burro e gustose marmellate una fetta di pane abbrustolito che poi addentavamo a turno fino all’ultimo boccone.

Dopo aver bevuto tutti dalla stessa tazza io leccavo dalle labbra di ognuna il simpatico baffo di schiuma che il latte vi aveva lasciato. E loro lo leccavano con simpatica e maliziosa voluttà dalle mie.

Imburravo ad entrambe le bocche e le spalmavo di marmellata prima di succhiarle. Ci scambiavamo i bocconi ed i cioccolatini lasciando che le nostre lingue guizzassero liberamente le une con le altre e che i nostri palati ne gustassero insieme i deliziosi sapori.

Sottili rivoli di spremuta di agrumi e del succo della frutta che addentavamo colavano lentamente sul mento di ognuno di noi e si mescolavano tra loro ad ogni bacio.

Nutrivamo i corpi e lo spirito di dolcezze ed allegria scambiandoci intensamente le più intime impressioni su quella prima esperienza mattutina e, con quelle, i nostri fluidi eccitati.

Naturalmente sin dalle prime effusioni il contatto così ravvicinato con loro mi aveva procurato una vistosa erezione ed avevo lasciato che il mio cazzo duro aprisse il kimono e restasse a svettare liberamente sotto gli sguardi che a tratti le due ragazze gli lanciavano.

La mia idea iniziale era che avremmo consumato la colazione, e noi stessi, totalmente nudi e liberi, ma quella prima volta non mi sembrò il caso di spogliarle.

Presi le mani a tutte e due e me le portai sulla mazza perché me la menassero mentre io frugavo le loro fiche con le dita e succhiavo i capezzoli turgidi che avevo freneticamente scoperto con lo stesso piacere che mi avevano procurato le leccornie appena gustate.

Come sempre da quando glielo avevo chiesto non indossavano mutandine e reggiseni, e giocare con quei corpi tra il fruscio delle stoffe ed il visto e non visto della pelle era ancora più stimolante.

Conclusero quella nostra prima ed intima colazione godendomi ripetutamente nelle mani che le fottevano mentre le baciavo e le leccavo.

Io la conclusi sborrando copiosamente tra le cosce di tutte e due, contratte e tremanti nell’orgasmo.

Alle 9,30 in punto facemmo il nostro ingresso in Ufficio dove concludemmo in proficua e spensierata efficienza una giornata cominciata splendidamente alla fine della quale ci lasciammo nella complicità di baci e carezze che ci sarebbero restati addosso fino al Lunedì successivo.

Quella esperienza cambiò totalmente l’atmosfera delle nostre giornate di lavoro. Era palpabile nell’aria l’orgasmica tensione che si era creata tra di noi ed i nostri contatti professionali erano continuamente inframmezzati da maliziose citazioni dei nostri piaceri passati e da succulente promesse di piaceri futuri.

Approdammo al nostro secondo Venerdì sulle ali di un entusiasmo alimentato da una settimana carica di lavoro ma anche di bei pensieri.

Giunsero alla mia porta con alcuni minuti di anticipo e forse ancora più emozionate della volta precedente. Glielo potevo leggere chiaramente sui volti resi effervescenti dalle guance infiammate di ebbrezza e dagli occhi lucidi di desiderio.

Nel corso della settimana avevo istintivamente deciso di cambiare totalmente registro rispetto al nostro precedente incontro.

Ed allora, dopo averle baciate le spogliai sulla soglia. Lasciai la porta aperta perché quel pizzico di sana follia e di sottile paura ingigantisse l’eccitazione del momento e le toccai a lungo, intimamente. Le frugai. Le baciai ancora. Le leccai.

Solo dopo chiusi la porta e le accompagnai accanto al divano, le rovesciai sulla spalliera morbida ed accogliente, l’una accanto all’altra a cosce aperte, e per la prima volta finalmente le impalai a turno con colpi di reni secchi e violenti. Decisi ed entusiasti.

Le pompai alternativamente godendo dei loro corpi e degli orgasmi infiniti che li scuotevano, svuotando nelle loro fiche squarciate la mia sborra ribollente.

Al termine di quella fiammata di piacere le portai al tavolo che aveva visto i nostri primi approcci dove consumammo la colazione senza mai smettere di giocare con tutto quello che portavamo alla bocca, con le nostre labbra, le nostre lingue, i nostri corpi.

Mi chiesero con una deliziosa forma di adolescenziale curiosità come mai non avessi ancora voluto mangiare sulla loro pelle.

Risposi sorridendo che da molto tempo la consideravo un’esperienza banale e provincialotta. Ma quando cinguettando eccitate mi pregarono di farlo le ricoprii d’ogni ben di Dio e mi servii abbondantemente di cibo e lussuria con un ritrovato, fanciullesco piacere.

Leccai la panna tra le loro cosce aperte, succhiai il miele dai loro capezzoli, spalmai il loro ventre di burro e marmellata. Versai il cappuccino cremoso nelle loro fiche e lo bevvi frammisto agli umori che ne sgorgavano. Tutto sotto l’effetto stupefacente di un’orgia di godimenti quasi infantili ma decisamente pregni dell’esaltante gusto della riscoperta.

Quando alla fine affondai nuovamente il cazzo nelle loro vulve ancora piene di panna quasi non riuscii a trattenere un orgasmo precoce e liberatorio. E mi svuotai ancora tra sospiri e passioni.

Prima di accompagnarle in Ufficio pretesi che restassero piene di me.

E per tutto il giorno le frugai spesso con le dita e con la lingua per assicurarmi che mi avessero obbedito.

Intanto già pensavo al Venerdì prossimo futuro ed a come e quando avrei potuto organizzare una cenetta intima all’altezza delle nostre sfrenate voglie che ormai volavano a briglie sciolte.

 

                                                                                                                                                                    – continua -

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Narratore. Su la gonna!

Su la gonna!

Mi insediai in quel luminoso ufficio d’angolo, posto al settimo piano della Sede in vetro ed acciaio della mia nuova azienda, con uno stato d’animo altalenante che vagava lungo tutte le sfumature delle emozioni forti.

Naturalmente il mio abituale aplomb le teneva nascoste adeguatamente agli sguardi curiosi dei miei futuri collaboratori che avevano tutta l’aria di chi si sta chiedendo che cosa ci facesse lì uno come me.

Per calarmi immediatamente nel ruolo che ero stato chiamato a ricoprire feci ricorso alla mia abituale tecnica di rilassamento che consisteva nell’inventariare fisicamente mobili, arredi ed attrezzature del mio nuovo ufficio lasciando che la mente seguisse tranquillamente il corso dei suoi pensieri.

Alla fine, non ancora pago del risultato ottenuto, passai alla stanza della segretaria, vuota perché non mi era ancora stata assegnata dalla Direzione delle Risorse Umane.

E fu in un cassetto della libreria che faceva bella mostra di se di fronte all’attrezzatissima scrivania che attendeva il suo imminente arrivo che trovai una fotografia, seminascosta tra le carte dimenticate che di solito restano impigliate negli uffici deserti.

Ritraeva una bella ragazza in due pezzi mollemente appoggiata ad uno scoglio su una spiaggia assolata. Il viso ovale, illuminato dagli occhi azzurri limpidi e chiarissimi e da uno splendido sorriso smagliante, era incorniciato da una massa di capelli ricci del colore discreto del grano maturo.

Due tette rigogliose, molto rigogliose, quasi straripavano dal top coloratissimo ed un ventre lussureggiante accompagnava lo sguardo fino alle cosce sode e tornite.

Fortunatamente il formato della fotografia, le dimensioni ridottissime del costume e la distanza dall’obiettivo mi permettevano di apprezzare tutti i particolari di quella Venere uscita dalle acque, e dai documenti polverosi di una stanza almeno per il momento scarsamente frequentata.

Mi impossessai decisamente di quella immagine ripromettendomi di acquisire al più presto qualche informazione sul suo gradevolissimo soggetto.

L’indomani, accompagnata personalmente dal Direttore del Personale, fece il suo ingresso nell’area la mia segretaria. Un tipino vagamente scialbo, ma ben fatto, che già mi guardava con occhi adoranti. Ci eravamo già incontrati più volte perché era stata lei ad occuparsi della sistemazione della mia pratica e dell’acquisizione dei documenti necessari per la sottoscrizione del contratto.

Arrossì vistosamente quando, qualche ora più tardi, le mostrai la fotografia e le chiesi di dirmi tutto di quella ragazza. La poverina aveva l’aria infelice ed abbattuta di una che si stesse domandando disperata perché non fosse fatta come l’oggetto delle mie curiosità.

Dopo una lunga pausa, quasi interamente trascorsa a deglutire vistosamente, mi spiegò che quella ragazza era la segretaria del mio predecessore a cui era molto legata professionalmente, e che una volta che questi era stato cortesemente allontanato aveva deciso che fosse il momento buono per avere un bambino. E se ne era andata in maternità.

Mi disse che sarebbe rientrata di lì a qualche mese e che molto probabilmente sarebbe tornata al suo posto. Cioè nella stanza che stava occupando lei.

Era del tutto evidente che quella prospettiva non le piaceva affatto e mi sembrò che parlandomene avesse un groppo alla gola e le lacrime agli occhi, entrambi molto ben dissimulati da qualche discreto colpetto di tosse.

Per un attimo mi soffermai a pensare che sarebbe stato un vero peccato se quel bel corpo, tanto luminosamente effigiato nella fotografia, si fosse appesantito a seguito della gravidanza.

I mesi previsti passarono quasi senza che ce ne rendessimo conto. Con la mia segretaria, che si dimostrò subito efficientissima ed intelligente, si instaurò un rapporto fatto di una collaborazione fisica e psichica e di una massiccia dose di complicità professionale ed umana.

Conosceva perfettamente il suo lavoro, ma sopra tutto il mio, anticipava regolarmente le mie esigenze, si occupava brillantemente anche dei miei impegni personali e profondeva a piene mani un impagabile entusiasmo in tutto quello che faceva per me.

Intanto aveva vistosamente cambiato look, sbocciando giorno dopo giorno come un fiore fino a quel momento sommerso dalla neve.

Era ben diversa dalla ragazza che avevo conosciuto quando arrivò il fatidico giorno del rientro della titolare del posto.

Devo ammettere che in fondo, ma molto in fondo, nelle grandi imprese in cui ho avuto l’avventura di lavorare per qualche anno sono sempre stato istintivamente un uomo di potere. Nel senso che non mi sono mai accontentato di quello che ho trovato al mio arrivo ma ho sempre operato perché il mio settore si sviluppasse e crescesse non soltanto nell’interesse dell’azienda ma anche nel mio. Naturalmente.

Ed in quei mesi le cose erano andate esattamente così.

Quando la mia segretaria venne ad avvertirmi che la settimana successiva sarebbe tornata la sua collega e che quindi lei sarebbe stata certamente assegnata ad un altro incarico la tranquillizzai immediatamente dicendole che le dimensioni e gli interessi della nostra Direzione si erano talmente ingigantiti che avrei sicuramente avuto bisogno di due strette collaboratrici. E che avevo già provveduto ad assicurarmi che lei restasse al suo posto.

Il laghetto di lacrime che le si era formato negli occhi mentre mi parlava si prosciugò miracolosamente ed il calore solare del sorriso che la illuminò rese il suo viso un deserto privo di qualsiasi forma di umidità, inondato di luce e di sincera gratitudine.

Quel Lunedì l’accompagnò nel mio ufficio con l’ormai abituale, sincero entusiasmo che mi parve totalmente ricambiato dalla nuova arrivata.

Con una certa punta di sadico piacere le feci restare in piedi davanti a me per qualche lungo attimo durante il quale le squadrai entrambe dalla testa ai piedi, e dai piedi alla testa, soffermandomi adeguatamente su tutte le cose che fanno di una donna la gradevole creatura che certamente è. Quando sa esserlo.

La neo-mamma indossava un tailleur pantalone bianco che si poteva permettere essendo almeno a prima vista tornata in perfetta forma fisica. L’altra aveva imparato subito che non gradivo affatto i pantaloni e quindi sfoggiava una tunichetta leggera che rimbalzava piacevolmente sulle rotondità che prima del mio arrivo teneva accuratamente nascoste. Nulla di clamoroso come nella collega, ma tutto più che sufficientemente appetibile.

Le feci finalmente sedere, e nel farlo la mia preziosa collaboratrice sfoderò maliziosamente un paio di cosce degne di qualche rispetto che attirarono l‘attenzione anche della sua nuova collega,. Recitai ad arte il mio discorso di benvenuto ed assegnai i compiti chiarendo senza ombra di dubbio che sarebbero state assolutamente allo stesso livello almeno fino a quando una delle due non avesse meritato qualcosa di più o di meno.

Tornarono nella loro stanza con un piglio decisamente soddisfatto e si dedicarono al loro lavoro che da allora fu assolutamente più che soddisfacente. Quella fu l’ultima volta che vidi indossare ad una delle due un pantalone.

Era evidente che la mia nuova collaboratrice era stata adeguatamente catechizzata dalla collega.

In pochi giorni costituimmo un’ottima squadra e successivamente conseguimmo alcuni significativi successi che suscitarono non poche invidie. E non pochi riconoscimenti.

Lasciai passare qualche tempo prima di mostrare all’interessata la fotografia che avevo gelosamente custodito.. Mi apparve subito chiaro che l’altra non le avesse detto nulla, forse pregustando il suo imbarazzo con una buona dose di femminile perfidia.

L’imbarazzo ci fu e si manifestò con un gradevolissimo rossore.

Commentai punto per punto il suo corpo, con una dose altrettanto buona di maschile e falso candore, e conclusi dicendole che la sua fotografia l’avrei considerata un gradito regalo, che l’avrei conservata e che speravo che il suo corpo fosse rimasto esattamente come lo avevo apprezzato in quell’immagine.

Mi assicurò che era così ed io conclusi il discorso dicendole che prima o poi le avrei chiesto di dimostrarmelo. Scatenando un rossore ancora più intenso del precedente.

Sono sempre stato convinto che i concetti risultano sempre più chiari ed efficaci quando vengono espressi con una convinta ed indistruttibile faccia di bronzo.

Il lavoro, considerati gli obiettivi che ci eravamo prefissi, era decisamente molto duro. Pranzi e cene saltarono spesso, specialmente nella fase iniziale di quello che ormai era il nostro progetto. Ma la complicità che si creò tra di noi non ci faceva sentire la fatica e rendeva sempre e comunque piacevolissima la nostra altrimenti forzata convivenza.

Alimentavo ogni giorno la loro voglia di piacere e di piacermi con complimenti sinceri e spesso entusiasti e loro mi ripagavano con vere e proprie pennellate di femminilità e di genuino trasporto.

I saluti divennero abbracci. E gli abbracci baci.

Fino al giorno in cui mi parve del tutto naturale chiedere alla ormai non più nuova arrivata di sollevare la gonna e dimostrarmi che le sue cosce fossero rimaste quelle che avevo ammirato qualche mese prima nella fotografia.

Lo fece sorridendo e senza falsi pudori visto che sapeva perfettamente che prima o poi le avrei chiesto di farlo.

Si scoprì fino alle mutandine, incredibilmente di cotone bianco stampato di roselline rosa, e rimase ferma a farsi guardare a lungo, senza mai spegnere quel sorriso che andava facendosi invitante.

Non arrossì nemmeno quando chiamai la sua collega perché giudicasse assieme a me quello che mi stava mostrando. Ne fui felice, anche se adoro i rossori femminili, perché pensai che la nostra complicità era ormai totale ed assoluta.

Naturalmente mi sentii moralmente obbligato a chiedere anche all’altra di fare altrettanto, e lei lo fece con l’entusiasmo che l’aveva sempre animata.

Le rassicurai che non avevo alcuna intenzione di abbandonarmi a spiacevoli confronti, ma che semplicemente mi pareva giusto pretendere da entrambe le stesse cose e gli stessi piaceri.

I nostri giochi andarono avanti così per un po’. Innocentemente. Quasi adolescenziali.

Capezzoli rosa che emergevano da reggiseni maliziosamente spostati, peli neri e biondi che facevano capolino da mutandine appena appena calate, natiche levigate separate dal filo insinuante di un tanga, autoreggenti e giarrettiere cariche di promesse.

Andarono avanti così fino a quando non decisi di metterle nude.

Tutte e due.

(continua)

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